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Mi ritrovai orgogliosa proprietaria di dodici fantastici oggetti di artigianato: si trattava di maschere e sculture della Nuova Guinea, del Congo Belga, del Sudan Francese, del Perù, del Brasile, del Messico e della Nuova Irlanda.
Peggy Guggenheim, Una vita per l’arte, Rizzoli, Milano 1982
Nel 1959 Peggy Guggenheim acquista dal mercante newyorkese Julius Carlebach quelli che nella sua autobiografia definisce “dodici fantastici artefatti” provenienti dall’Africa, dall’Oceania e dalle Americhe, una collezione che accrescerà durante gli anni sessanta. Le sculture acquisite e provenienti dall’Africa, alcune delle quali qui esposte, rispecchiano le tendenze estetiche prevalenti all’epoca e consolidate nella prima metà del Novecento, in Europa e Nordamerica, tra artisti, collezionisti, musei, e anche riviste come “Cahiers d’Art”, che pubblicano opere analoghe. Guggenheim le inserisce nella sua collezione di arte europea e nordamericana, esponendole insieme nel suo palazzo. Così facendo si allinea alle convenzioni dell’epoca, che apprezzano queste sculture per la loro astrazione formale e le affinità visive con l’arte modernista transatlantica. Si allinea anche al fatto che il collezionismo occidentale dell’epoca non prende in considerazione i contesti storici delle sculture: collocarle in dialogo con l’arte modernista vuol dire separarle, da un punto di vista geografico e concettuale, dalle loro origini.
Questo approccio decontestualizzante nasconde o ignora lo scopo e il significato originario delle singole opere. Il fatto che le informazioni sugli autori delle sculture o sul periodo in cui sono realizzate non sono di solito registrate – un’altra prassi comune al collezionismo occidentale – aumenta la distanza tra gli oggetti e la loro specificità storica. Quasi tutti sono realizzati nella prima metà del Novecento, lo stesso periodo in cui sono create le opere europee e nordamericane esposte in museo. Questo periodo coincide con le prime grandi fratture, spesso violente, del periodo coloniale, che esercitano un forte impatto sulla creazione e sull’uso delle sculture e, in ultima analisi, sul loro arrivo sul mercato. Conversioni religiose forzate e movimenti iconoclasti contribuiscono all’abbandono o alla cancellazione di pratiche rituali, mentre le pressioni economiche, diversi sistemi di produzione e le predazioni instradano gli oggetti dall’Africa verso i mercati stranieri.
Quando, nel 1959, Guggenheim inizia a collezionare queste opere, il continente africano si sta rapidamente avviando verso l’indipendenza. Il conseguente emergere di nuove reti commerciali incrementa la circolazione dell’arte, come testimonia la monumentale maschera a spalla D’mba, creata da un artista Baga non riconosciuto della Guinea. La maschera incarna l’astrazione della femminilità e viene indossata da un danzatore con un costume di tessuto e raffia. Alla fine degli anni cinquanta, le conversioni religiose e le campagne per contrastare le credenze tradizionali portano all’abbandono temporaneo delle pratiche rituali Baga, e le maschere a spalla D’mba entrano così nelle collezioni dei musei e nelle collezioni private straniere.
Foto di allestimento (2026)
Consulta la collezione di Arte non occidentale del museo