A cura di Francesca Panseri

Villerville, Normandia, anni venti del Novecento:

Un giorno fecero il loro ingresso James Joyce e Nora (Barnacle). Stavano cercando la loro figlia che era in un collegio da qualche parte sulla costa.

Peggy Guggenheim, Una vita per l'arte, Rizzoli, Milano 2003, p. 55.

Da quel momento, durante i suoi soggiorni francesi Peggy Guggenheim ha modo di frequentare più volte la famiglia Joyce. “Portai John [Holmes] a conoscere Helen Fleischman e Giorgio Joyce; li frequentavamo spesso, e a volte vedevamo anche i genitori di lui, James Joyce e Nora. Vivevano una vita familiare intensa e quel che sorprese John, che era tanto nemico della famiglia, fu proprio il fatto che Giorgio fosse tanto legato ai suoi genitori. Anche la sorella di Giorgio, Lucia, una ragazza dolce, che studiava danza, stava spesso con loro. Giorgio aveva una bella voce da basso e cantava spesso per noi insieme al padre, che faceva la parte del tenore. John era felice di conversare con Joyce, ma, visto che non poteva essere uno dei suoi adulatori, il rapporto fu sempre piuttosto superficiale. Avevano vissuto entrambi a Trieste e ricordo che spesso parlavano della bora, la cosa peggiore che ci fosse in quella città”. (Una vita per l'arte, p. 113). E ancora: “Quella sera andammo da Fouquet, dove James Joyce ci offrì una cena eccellente. Mi pose molte domande sulla mia galleria di Londra e, come al solito, fu molto affascinante e attraente. Indossava un magnifico panciotto irlandese che era stato di suo nonno”. (Una vita per l'arte, p. 175).

James Joyce, 1928

Chi è dunque James Joyce?
James Joyce (1882–1941) è uno dei maggiori scrittori del Novecento, autore di un’epopea della vita umana e del linguaggio tra le più impenetrabili e abbacinanti del secolo. Un'opera-mondo in due atti: Ulysses (1922; Ulisse, 1960) e Finnegans Wake (1939; La veglia di Finnegan, 1982).

Joyce nasce nel 1882 in un sobborgo di Dublino in una famiglia numerosa, che a causa di problemi economici è costretta a spostarsi di frequente attraverso l’Irlanda. Studia presso un collegio gesuita, dove ha modo di avvicinare un testo fondamentale per la sua formazione, la Summa theologiae di San Tommaso d'Aquino. Tra il 1900 e il 1903 si cimenta nella scrittura di poesie e racconti, in seguito inclusi rispettivamente in Chamber Music (1907; Musica da camera, 1943) e Dubliners (1914; Gente di Dublino, 1933). Il racconto breve è la prima forma espressiva entro la quale esercita il suo sperimentalismo modernista, che si sviluppa soprattutto nella frammentazione dello statuto del personaggio, che non è più l'essere univoco e risolto del Naturalismo ottocentesco, ma un’entità fluida, modellata da una pluralità di voci e punti di vista, tra cui quello del lettore stesso. L’Irlanda si rivela già come l'imprescindibile territorio esterno e interiore dell'esplorazione poetica di Joyce. Nel 1904, anno in cui inizia a lavorare a "Stephen Hero", in seguito rielaborato e pubblicato con il titolo di A Portrait of the Artist as a Young Man (1916; Ritratto dell’artista da giovane o Dedalus, 1951), incontra la compagna della sua vita, Nora Barnacle. Insieme lasciano l’Irlanda alla volta del continente e da quel momento in poi vivranno principalmente tra Zurigo, Parigi e Trieste, dove nascono i figli Giorgio e Lucia.

Nel 1914, riprendendo un’intuizione di qualche anno prima, Joyce comincia la stesura di Ulisse. Come è intuibile dal titolo, l’operazione è ambiziosa: ritornare a Omero, ma anche a San Tommaso, Dante, Shakespeare, Vico per scrivere un’opera ciclopica e ciclica, un viaggio nell’ordinario-straordinario della vita quotidiana, un vagabondaggio nel tempo e nello spazio del Novecento. I protagonisti sono un pubblicitario ebreo, l’uomo qualunque Leopold Bloom, sua moglie Molly e un intellettuale, Stephen Dedalus, in cui si riverbera lo stesso Joyce. Tutto si svolge dalle otto di mattina alle due di notte di una giornata del 1904. Invece di assistere alla narrazione fattuale dello svolgimento di una giornata, del dispiegarsi del reale comunemente inteso, il lettore si ritrova ad attraversare la dimensione organica, indefinita e mutevole della mente e dell’interiorità umana e a guardare la realtà attraverso la coscienza che la pensa. Per riuscire a portarci dentro il pensiero, Joyce non solo impiega uno stile narrativo diverso per ogni capitolo, ma conduce un lavorio maniacale sulla lingua, destrutturando, contaminando e poi ricostruendo la sintassi, liberandola dai vincoli che il suo essere strumento di comunicazione le impone. Ne risulta un vorticoso sciamare di parole che si agglomerano e si sciolgono nello spazio della pagina proprio come si agglomerano e si sciolgono nella testa dell'autore. Ma se il pensiero vigile di un uomo e la realtà che in esso si riflette sono universi tanto ricchi e imprevedibili, cosa accadrà nel sogno?

Joyce ce lo mostra nella sua ultima “follia”, Finnegans Wake, il sonno dell’oste H. C. Earwicker, ovvero la notte di Ulisse. “Joyce ha colto la psicologia del sonno come nessuno ha mai fatto, riuscendo a impadronirsi di certi stati della coscienza che l’intelletto può difficilmente ricreare, e a distinguere con meravigliosa delicatezza fra i differenti livelli di coscienza del dormiente. Vi è la relativa vividezza degli avvenimenti riflessi dalla realtà del giorno passato; la viscidità d’incubo e il balbettio dei pesanti sopori di mezzanotte; la leggerezza e l’assertoria vitalità che se ne sviluppa a mano a mano; l’incipiente risveglio del primo mattino che torna a tramutarsi nelle filastrocche dei sogni; la coscienza, più tardi, della luce esterna, col suo effetto come di velame di ciglia abbassate fra la coscienza e il giorno”. (Edmund Wilson, La ferita e l’arco, Garzanti, Milano 1973). Nel sogno la vita si de-forma, si libera dalle convenzioni, scatena gli impulsi più elementari, rivela di sé l'inespresso e l'inesprimibile, ma lo fa in modo criptico attraverso immagini e non parole. Per tradurre questo materiale onirico, Joyce elabora una lingua fantasmagorica, babelica, in cui la mutabilità, la permeabilità, l’incastonatura dei significanti, tratti dalle lingue e dai dialetti che conosce, porta alla gemmazione infinita di nuove “impressioni di significati”. Questa foresta di parole è percorribile solamente con lo spirito dell’esploratore, abbandonando la convinzione che esista un percorso unico di lettura e abbracciando l’idea che il compito primo della letteratura sia quello di far sì che ognuno si imbatta nel senso, a modo proprio.


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