A cura di Francesca Panseri

Nell’inverno del 1927, in Francia, in una casa a Saint Tropez messa a disposizione da Peggy Guggenheim, l’anarchica Emma Goldman (1869–1940) scrive le sue memorie, pubblicate quattro anni dopo con il titolo di Living My Life (1931; Vivendo la mia vita, 1980). La collezionista ricorda così il loro primo incontro:

Durante l’inverno, incontrai Emma Goldman e Alexander (Sasha) Berkman. Erano due affascinanti figure di rivoluzionari, visti di persona risultavano piuttosto differenti da quel che ci sarebbe aspettati: erano terribilmente umani. Emma era molto vanitosa e mi ci vollero anni per conoscerla bene. Prima la adoravo e quando più tardi ne rimasi delusa lei se ne dispiacque e si vendicò lasciandomi fuori dalla sua autobiografia.

Peggy Guggenheim, Una vita per l’arte, Rizzoli, Milano 2003, p. 90.

Emma Goldman, 1910 c.

Chi è dunque Emma Goldman?
Emma Goldman è una pensatrice intensa, libera e coraggiosa, un’idealista, un’anarchica che ha creduto e combattuto per la libertà d’espressione, l’emancipazione femminile, l’uguaglianza sociale, il libero amore.

Nata in una famiglia ebrea ortodossa nel 1869 a Kaunas, Lituania, vive un’infanzia segnata dall’oppressione religiosa e di genere. Sebbene il padre osteggi la sua formazione intellettuale, fin da giovanissima riesce a sviluppare una propria coscienza critica, leggendo e osservando la realtà politica e sociale che la circonda. Nel 1886 abbandona l’Impero Russo alla volta degli Stati Uniti d’America, la terra che promette la “libertà”. Lì scopre la poesia di Walt Whitman, ma anche condizioni di vita e di pensiero che ritiene anche più retrograde di quelle russe, soprattutto per le classi lavoratrici e le donne. Nello stesso anno la cruenta repressione degli anarchici a Haymarket, a Chicago, la convince a votarsi alla causa della liberazione dell’essere umano dalla strutture capitaliste, patriarcali e gerarchiche dominanti nella società. Nel 1889, a New York, conosce un celebre esponente del movimento anarchico, Alexander Berkman, con cui avvia un fecondo sodalizio intellettuale e umano. Comincia a tenere discorsi pubblici sull’uguaglianza sociale e di genere, regolarmente interrotti dalle autorità, e fonda la rivista “Mother Earth” (1907–1915), per cui scrive saggi sul socialismo, sulla guerra, sulla sessualità, sul femminismo, in seguito raccolti e pubblicati in Anarchism and Other Essays (1910; Anarchia, femminismo e altri saggi, 1976). Più di una volta è incarcerata per le sue idee e le sue iniziative rivoluzionarie, fino a che, nel 1919, non viene espulsa dagli Stati Uniti e deportata nella Russia sovietica, dove rimane fino al 1923. Ha così modo di osservare da vicino le conseguenze della rivoluzione bolscevica: ne rimane profondamente delusa e diventa una delle poche voci nella compagine dei movimenti della sinistra europea a scagliarsi contro l’esperimento russo. Continua a sostenere le battaglie degli anarchici ovunque esse si manifestino fino alla sua morte, avvenuta in Canada nel 1940. È sepolta a Chicago, vicino ai ribelli di Haymarket e ad altri celebri radicali e rivoluzionari.

Ciò che la rende credibile è che ogni battaglia combattuta nella società è prima di tutto una battaglia che Goldman combatte in se stessa, coerentemente con il suo “magnifico ideale” di un cambiamento sociale che abbia come primo e ultimo approdo l’individuo e la sua piena realizzazione. In questo senso, risulta particolarmente rilevante la sua strenua lotta per l’emancipazione femminile, condotta in aperto contrasto con i movimenti suffragisti di quegli anni, che ritiene “borghesi” e sostanzialmente incapaci di agire in modo efficace alle radici del problema. Per Goldman il femminismo non è il tentativo di perseguire una condizione di parità di diritti sociali e politici conferita da un’autorità esterna, ma la metamorfosi interiore che deve avvenire nell’animo di ogni donna e, poi, di ogni uomo, con l’acquisizione della consapevolezza che la donna è padrona unica del proprio sé, corpo e mente, e che nessun altro può condizionarne o dirigerne lo sviluppo. Questo processo di liberazione non deve e non può avvenire contro gli uomini, a loro discapito, bensì vive di una condizione di reciprocità per cui la realizzabilità della donna è prerogativa irrinunciabile della realizzabilità dell’uomo, in un processo che promette felicità a entrambi, in quanto esseri umani diversi, ma complementari. L’amore, nella costruzione del rapporto tra i sessi, gioca un ruolo fondamentale e per questo deve essere svincolato dalla procreazione: Goldman è una delle più convinte sostenitrici dell’utilizzo della contraccezione preventiva e del controllo delle nascite. Così, liberi e uguali, donna e uomo possono intessere relazioni eque e sincere, amare e sentirsi amati, e collaborare nella costruzione di una società migliore che tenda alla bellezza e alla giustizia.


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