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Martha Boto

Struttura ottica

1963

Martha Boto nasce a Buenos-Aires, Argentina, il 27 dicembre 1925. Negli anni ’30 conosce l’artista di origini italiane, Gregorio Vardanega, che diverrà il suo compagno e con il quale partecipa all’animata atmosfera artistica del periodo. È un momento di intensa ricerca svolta nell’ambito della pittura impressionista, espressionista, surrealista e astratta, che si rivolge in seguito all’arte optical e cinetica. Primo in argentina a creare un’opera che coinvolgesse il movimento, nel 1959 Gregorio Vardanega decide di trasferirsi con Martha Boto in Francia per portare avanti comuni ricerche artistiche. All’epoca entrambi realizzano costruzioni in plexiglas molto spesso mobili e sospese nello spazio.

Ben presto Martha Boto ricopre un ruolo chiave nell’evoluzione dell’arte optical e cinetica e fin dal 1961 presenta le sue opere presso la Galerie Denise René in un’esposizione intitolata “Art Abstrait Constructif International”. Sviluppando la sua ricerca attorno al movimento, all’illuminazione e al colore, l’artista esplora il potenziale dei materiali adatti a modificare, assorbire e riflettere la luce: il plexiglas, l’alluminio o l’inox. Nel 1964 approda così a un’estetica più articolata utilizzando meccanismi elettrici e luce proiettata su elementi in movimento. Nascono così le prime scatole lumino-cinetiche.

Gli specchi, le superfici sfacettate o di metallo riflettente, giocano un ruolo fondamentale nell’abilità dell’artista di distorcere lo spazio e di trasformare l’apparenza di ogni elemento regolare per creare una profondità indefinita. Nello stesso 1964 Martha Boto espone presso la Maison des Beaux-Arts di Parigi e nuovamente alla Galerie Denise René nel 1969. Nel corso degli anni ’90 le sue opere vengono esposte in Francia presso l’Espace Bateau Lavoir (1993), la Galerie Argentine (1996) e al Saint-Lambert Post Office (1997). Martha Boto muore a Parigi il 13 ottobre 2004. Nel 2006 La Sicardi Gallery di Houston dedica alla sua opera e a quella del compagno Gregorio Vardanega la mostra “Contact. Le cyber Cosmos de Boto et Vardanega”.

 

credits: Hangar Design Group