
Alla sua morte, il 23 dicembre del 1979, Peggy Guggenheim aveva già donato la sua collezione d’arte moderna e Palazzo Venier dei Leoni alla Fondazione newyorchese dello scomparso zio Solomon, un iter questo durato sette anni e conclusosi nel 1976. Ogni estate, dal ’51 al ’79, la mecenate amava aprire al pubblico la propria casa-museo, e nel segno di tale continuità, il primo impegno della Fondazione, dopo la scomparsa di Peggy, fu quello di riaprire il palazzo durante la Pasqua del 1980. E già durante quello stesso inverno si diede inizio ad un lungo progetto, destinato a durare un decennio, di restauro e conversione da abitazione a museo. Si cominciò con il monumentale restauro della facciata, grazie al sostegno della Legge Speciale per Venezia, dell’allora Vicesindaco Gianni Pellicani e ai finanziamenti di un gruppo di banche italiane facenti capo alla Banca d’Italia e all’ABI, il cui direttore era Felice Gianani. Si proseguì poi con la ricostruzione della “barchessa” su progetto dello stesso Vincenzo Passaro, che la concepì nel 1957, con l’impermeabilizzazione di un magazzino quadri, grazie alla consulenza di Ippolito Massari e Paul Schwartzbaum, che seguirono successivamente anche l’istallazione di impianti di climatizzazione, finanziati da Ovidio Jacorossi. Ci furono poi il ridisegno del giardino da parte di Giorgio Bellavitis, la creazione di una biblioteca e di una sala riunioni, rese possibili grazie a 3M e Arclinea, e infine, nel 1990, il restauro della copertura del palazzo da parte del Consorzio San Marco. Fin dall’inizio, per i suoi programmi culturali e didattici, il museo ha goduto del sostegno della Regione del Veneto, il cui presidente era allora Carlo Bernini, e di un Comitato Consultivo nella gestione della Collezione, di cui ricordo, in modo particolare, i veneziani che hanno creduto fin da subito nel futuro del museo, Enrico e Fiorella Chiari, e Danielle Luzzatto Gardner, allora moglie dell’Ambasciatore americano. Nel 1985 il museo rimane finalmente aperto al pubblico tutto l’anno, inaugurando la sua attività di mostre temporanee (che si alternavano alla collezione permanente) con un’esposizione delle acqueforti di Picasso e Goya sul tema della Tauromachia, opere prestate dal filantropo americano Arthur Ross.
Se gli anni ‘80 hanno segnato la conversione e il restauro del museo, gli anni ‘90 ne hanno visto l’ampliamento, guidato dall’architetto Clemente di Thiene, che ha riguardato quella parte del terreno che sarebbe stato occupato da Palazzo Venier dei Leoni (come evidenziato dal modello oggi conservato al Museo Correr), se non fosse rimasto incompiuto a causa del declino di Venezia nel tardo Settecento. Il progetto venne promosso dalla Fondazione Levi (presidente Gianni Milner e direttore Giorgio Busetto), proprietaria allora di un complesso di appartamenti e magazzini, sul retro del giardino della Collezione, affacciati sul Rio delle Torreselle. Vennero così creati spazi interamente dedicati alle mostre temporanee, che permisero alla collezione permanente di poter rimanere esposta per la prima volta tutto l’anno, due negozi, gli uffici, i magazzini, e una serie di giardini destinati ad ospitare le sculture. Nel 2001, una campagna di raccolta fondi guidata da William e Posy Feick e Benjamin Rauch del Comitato Consultivo, ha portato all’acquisto di una proprietà privata al 704 di Dorsoduro, aperta nel 2003 come ingresso principale al museo. Dal 2007 ad oggi, sono in atto una serie di interventi per adeguare il museo alle norme destinate ai luoghi di pubblico accesso e ai disabili. L’anno scorso, l’azienda Mapei, grazie a Giorgio e Adriana Squinzi, ha finanziato il restauro delle facciate del museo.
Naturalmente, nel corso di questi anni, è sempre stata centrale la missione del museo: le diverse collezioni d’arte sono state documentate nel 1985 in un catalogo scientifico di Angelica Rudenstine, mentre Sergio Angelucci e Paul Schwartzbaum hanno seguito la manutenzione conservativa delle opere. Dal 1985 ad oggi Palazzo Venier dei Leoni ha ospitato più di 80 mostre temporanee, che hanno spaziato dai disegni di Correggio e Leonardo, ai capolavori di Goya, Segantini, Picasso, Brancusi, Giacometti, Ernst, Pollock, Kandinsky, Fontana, per approdare alla contemporaneità di Barney e Beuys. Dal 1984, anno della sua prima donazione, l’opera di Pierre Alechinsky, Vulcano azteco, la collezione di Peggy si è arricchita di nuove acquisizioni, quantificabili oggi in circa 80 quadri, sculture, e opere su carta. Da Afro alla Accardi, da Josef e Anni Albers a Bacci, da Holzer a Merz, da Paladino a Santomaso, per arrivare al Ciclista di Mario Sironi, primo quadro dell’artista ad entrare nelle collezioni della Fondazione, grazie alla donazione di Giovanni Pandini. Dal 1997 la Collezione Gianni Mattioli, ospitata dal museo come prestito a lungo termine, ha reso la collezione una tappa obbligata per tutti gli amanti del Futurismo e delle opere del giovane Giorgio Morandi.
Nel 2004 è stato inaugurato un innovativo progetto a livello regionale, ‘A scuola di Guggenheim’, finanziato dalla Regione del Veneto, che, per la prima volta in Italia, coinvolge direttamente gli insegnanti nelle attività didattiche del museo.
|